Scelte clientelari alquanto discutibili dei governi negli anni 70-80 hanno reso insostenibile per le generazioni di oggi e di domani il sistema pensionistico. Nel tentativo di riparare al danno (ma nel frattempo le laute pensioni attuali rimangono) sono state previste delle norme per incentivare l’accesso alla previdenza complementare nella speranza di ridurre il GAP previdenziale. (“riforma della previdenza complementare” d.lgs. 252/2005).
Con il passaggio dal regime retributivo al contributivo le future pensioni (INPS o della propria CASSA) saranno molto più basse, le stime parlano di un GAP rispetto all’ultimo reddito di circa il 40% in meno. In altre parole, una volta in pensione, mediamente riceverai nella migliore delle ipotesi il 60% circa del tuo ultimo stipendio.
Con il regime contributivo ogni lavoratore versa contributi sulla propria posizione e dunque sarà più facile fare due conti, di certo maggiore saranno i contributi versati durante la vita lavorativa più alta sarà la pensione. Purtroppo, è già una certezza che tutti i contributi versati non saranno sufficienti al mantenimento del medesimo tenore di vita di quando si era nel mondo del lavoro in un contesto che vede l’allungamento della speranza di vita e probabili maggiori spese dovute.
1969: la riforma Brodolini introduce il sistema retributivo (pensione calcolata sulla media delle retribuzioni), molto generoso.
Dalla fine degli anni ’70 e soprattutto negli anni ’80 emergono problemi strutturali:
Demografia:
- Invecchiamento della popolazione → più pensionati, meno lavoratori attivi.
- Allungamento dell’aspettativa di vita → le pensioni vengono pagate per più anni.
Economia:
- Crisi economiche e disoccupazione riducono il gettito contributivo.
- Aumento della spesa pensionistica sul PIL.
Squilibrio generazionale:
- Il sistema retributivo garantiva pensioni molto alte rispetto ai contributi versati.
- Con il metodo “a ripartizione”, i contributi dei lavoratori attivi finanziavano le pensioni correnti, ma la base di contribuenti si restringeva.
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